Quattro gatti al lardo

Pinsa, frutta e verdura A gogo : per tutti i tipi di alimentazione!

Adoro la pinsa, fosse per me la mangerei a tutte le ore del giorno. Sto per essere linciata, forse, ma preferisco l’impasto della pinsa rispetto a quello della pizza e non ci posso fare niente: è più leggera, non mi fa vedere i draghi volanti di notte durante la digestione. I Quattro gatti al lardo, questa volta, hanno provato per voi un fast food davvero funzionale a Ottaviano, proprio appena fuori dalla fermata Metro A.

IMG_6774Ogni giorno, in ufficio quando è ora di pranzo scatta il solito problema: dove andiamo a mangiare? C’è l’avvocato Ravioli che è vegano, la sua assistente invece è celiaca e non può nemmeno avvicinarsi al glutine. La signora Sedano – che sta alla reception – segue una dieta paleolitica e non si capisce mai cosa possa o non possa mangiare, poi c’è il direttore artistico che se non ha la sua pinsa alle zucchine preferisce rimandare il pranzo. Che caos! Ma i Quattro gatti al lardo, fortunatamente, hanno trovato la soluzione: A gogo, via Giulio Cesare 68. Ieri sera siamo stati invitati all’inaugurazione del nuovissimo angolo gluten free di questo locale: da oggi in poi, infatti, si assicura una linea priva di contaminazione anche per tutte le persone che soffrono di grave allergia e intolleranza alle farine. Ogni prodotto viene preparato in un laboratorio separato e viene immediatamente sigillato e proposto alla vendita. Esattamente come in farmacia, ma con il vantaggio di poter mangiare qualcosa di fresco, seduti comodamente in un luogo colorato e molto accogliente.

Purtroppo la ciurma era sguarnita dell’assaggiatrice gluten free per eccellenza, tuttavia i palati raffinati non mancavano: quando ci è stato detto che ogni prodotto gluten free conservava lo stesso sapore di tutto ciò che invece non lo era… ci siamo guardate tutte un po’ scettiche. E abbiamo fatto proprio una figura barbina, sì. Abbiamo assaggiato, per prima cosa, tutto ciò che non si adattava a tutti gli altri tipi di dieta: pinsa vegetariana, pinsa vegana, pinsa con pancetta, pinsa con mortadella, wrap con salmone, wrap vegetariani, salse e salsine varie (…) e alla fine abbiamo approcciato al mondo del gluten free.

La verità è che se la proprietaria, la gentilissima Livia, non ci avesse detto che quelle pizzette rosse non solo erano vegane ma anche senza glutine, noi non ci avremmo nemmeno pensato. Idem per tutta la pasticceria: bignè al pistacchio, roll di cacao, donut con zucchero semolato… tutto buonissimo e tutto assolutamente senza la minima traccia di glutine.  Ci siamo dovute arrendere all’evidenza: da A gogo è possibile assecondare proprio tutti i tipi di dieta, perché ogni cosa che vuoi mangiare decidi tu come comporla. Insalata? Come ti pare. Wrap? Come ti pare. Pinsa? Come ti pare.

Noi ieri sera abbiamo letteralmente messo sottosopra tutto il locale, è davvero grande questo posto e permette un sacco di posti a sedere anche in tavoli grandi dove ci si può sedere con i colleghi. L’arredamento è coloratissimo e anche molto molto divertente, alcune figure appese alle pareti meritano ben più di una fotografia! E noi, naturalmente, non ci siamo fatti scappare nulla di questi dettagli. Nei nostri profili Instagram ci siamo divertite a presentarvi tutte le interpretazioni più bizzarre di tutta quella frutta e quella verdura. E noi ci siamo divertiti tutti un sacco, davvero! Abbiamo avuto il locale tutto per noi dalle 21 alle 23, chiuso al pubblico e aperto solo ai nostri test e alle nostre foto.

Questa volta eravamo davvero tantissimi e di blogger c’ero solo io! Me ne sono andata a cena con un gruppo di folli Instagrammer super navigate che hanno dispensato consigli a me, ma anche alle più “piccoline” che sono state invitate. Chi c’era con noi? Claudia Ottaviani, Sara Lucchetti, Gabriella Liparioti, Beatrice Iorio, Mara Scaramuzzo, Fidanzato Claudio e Little Flame. Come dicevo, è stato bello, perché si è creato un gruppo coeso dove si è utilizzato anche del tempo per darsi consigli, confrontarsi, raccontarsi e via dicendo. Nonostante si sia dovuto organizzare tutto in meno di 24 ore, senza i miei Aristogracchi e senza la mia Capocciara, sono felicissima di dichiarare che è stata una delle serate meglio riuscite. C’era voglia di vedersi, di stare insieme, di chiacchierare… in pieno stile Quattro gatti al lardo.

IMG_6776Abbiamo onestamente provato a eleggere la nostra pinsa preferita, ma abbiamo fallito. C’è chi dice che il tartufo vinca sempre a mani basse (e che anche una scarpa sia buona se tartufata, cit.) quindi Fidanzato Claudio e Gabriella decidono che mortazza&tartufo sia il piatto vincente. Alcuni avanzano l’ipotesi che forse forse la pinsa con la zucca fosse la più delicata, ma le zozze come me non hanno dubbi: Gricia tutta la vita, a noi piace il guanciale croccante! In compenso, abbiamo promosso a pieni voti le centrifughe (tutte) il vino bianco (tutto) i bignè (tutti) e le pizzette rosse gluten free (tutte). Ah, io ho promosso anche le crocchette di patate gluten free, già che c’ero.

A Gogo è il locale adatto per una pausa pranzo veloce, economica e sana. Una buona alternativa per spezzare il solito flusso di cibo spazzatura al quale siamo condannati noi che pranziamo quotidianamente fuori casa. Il locale è il posto giusto per fermarsi una mezzoretta e concedersi qualcosa di sfizioso in base alle nostre esigenze, da A gogo infatti tutti possono mangiare senza problemi perché ogni tipologia di dieta viene accontentata.


Si ringraziano tutte le Instagrammers intervenute nell’evento Quattro gatti al lardo, un ringraziamento particolare va a Livia Corso, socia di A gogo, per l’invito. Vuoi anche tu organizzare un evento “Quattro gatti al lardo”? Fai come fanno tutti: manda un messaggio!

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Quattro gatti al lardo

Settembre non ti temo, ho un tiramisù e non ho paura di usarlo!

Quattro gatti al lardo presenta: come archiviare un lunedì e andare a dormire felici


Il lunedì è il giorno peggiore della settimana: si torna in ufficio, si riprendono in mano tutti gli impegni che si erano lasciati in sospeso il venerdì, si torna ai messaggi Whatsapp con le amiche dove si maledice l’universo e si implora per un aperitivo tutte insieme.

Questa volta niente tagliere di affettati misti e calice di vino, per un lunedì così impegnativo c’era bisogno di qualcos’altro: un tiramisù. Eh, dice Chantal, ma il tiramisù bisogna trovare qualcuno che lo faccia bene altrimenti meglio ripiegare su delle pastarelle qualsiasi. Ha ragione, proprio per questo motivo ci affidiamo alla rete e scoviamo una piccola isola verde di felicità, proprio in Piazza Re di RomaIMG_6665

I quattro gatti al lardo ieri erano cinque, tutti e cinque armati di cucchiaino. Chi eravamo? Un’edizione small e tutta al femmile: Melania Migliozzi, Roberta Ottaviani, la Capocciara e Chantal di Aristogracchi. Avremmo voluto essere di più, ma si fa sempre quel che si può!  Il locale piccolino, giusto per il prendere e portare via: esiste una varietà infinita di tiramisù monoporzione da passeggio, tutti freschissimi di giornata. La gioia  più grande è che si possono trovare sia  una versione gluten free che una versione senza caffè per i bambini. Tutto viene realizzato con uova pastorizzate in modo tale che possa essere consumato anche da donne in gravidanza. E non ci sono solo tiramisù, ma anche caramelle, marshmallows e biscotti biologici!IMG_6681

Ma torniamo a parlare della crema di questo tiramisù. Questo locale alla fine è stato eletto all’unisono dai quattro gatti al lardo come Re del Tiramisù di Roma e se lo abbiamo fatto un motivo c’è. La crema al mascarpone è praticamente una nuvola leggera e morbidissima. Il sapore è delicato, ma il formaggio si sente e non viene sostituito con la panna. I prodotti non sono congelati, ma preparati tutte le mattine in laboratorio e tenuti freschi fino alla vendita in giornata. Lo consigliamo? Per noi è un sì pieno senza discussioni. 

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We love tiramisù è anche torte: come vedete dalla fotografia s’è rischiato lo scippo visto che Chantal non riusciva più a decidersi di riporre la torta nel frigorifero dopo questo scatto. E come darle torto guardando questa immagine?

Io ho assaggiato una porzione di tiramisù tradizionale, una porzione di tiramisù alla Nutella e una di tiramisù alle fragoline di bosco. Probabilmente il mio preferito rimane l’ultimo, ma c’è da dire che ho lasciato il cuore anche su quello alla Nutella. Poi, sinceramente, a me il tiramisù piace sempre quando è fatto bene, perché mi ricorda la mia infanzia e le pirofile immense che prepara ancora ad oggi mia zia Elena.

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Una chiusura così dolce di un lunedì di fuoco proprio ci voleva: considerate che sono tornata a casa che non riuscivo nemmeno a tenermi in piedi. La mia giornata ultimamente inizia troppo presto e finisce troppo tardi, inoltre passo la maggior parte del tempo a viaggiare sui mezzi pubblici non riuscendo a sfruttare quel tempo per lavorare un pochino. Sto scoprendo quanto effettivamente possa essere faticosa la vita del libero professionista che si smazza tra i clienti tutto il giorno, cercando di accontentare ogni singola richiesta (dalle più normali alle più bizzarre) Ma ci lamentiamo? No, ben venga il lavoro, sono io che devo imparare ad organizzarmi meglio.

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Per fortuna esistono posti come We love tiramisù, dove puoi fermarti e prenderti una pausa concedendoti anche una coccola fatta bene. Che poi alla fine non è che si mangi un tiramisù perché si ha fame, lo si sceglie perché si ha bisogno di un angolo di dolcezza dove annientare due ore e passa di telefonate infinite con un fornitore. E serve qualcosa di fatto bene, qualcosa di sfizioso che soddisfi sia il palato che la vista. Serve qualcosa che ti faccia dimenticare tutto, soprattutto una giornata lavorativa di quelle tra le più pesanti mai viste.

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Come resistere a questo settembre di fuoco se non correndo ai ripari in questo modo? Non vedo altre soluzioni: we love tiramisù per non finire sotterrati dalle pratiche, dai compiti, dai lavori da consegnare e così via. Provare per credere!


We love tiramisù lo trovate in via Appia Nuova 131, Roma (Fermata Metro A Re di Roma). Potete seguire la pagina Facebook ufficiale e lo trovate anche su Instagram (@welovetiramisu). Special thanks to Jessica e Laura di Le Civico per l’invito e l’ospitalità.

Personal Diary

Sono un chicco di Melograno!

«Elì, melograno si scrive con la lettera minuscola.»

«No, ho scritto giusto, fidati.»


Credo sia passato diverso tempo dal mio ultimo post nella sezione Personal diary, ma non è stato un atto volontario, non ho smesso di pensare di voler condividere con voi anche briciole della mia vita privata al di fuori dei social. Semplicemente è stato (fortunatamente) un periodo caratterizzato da tempi molto serrati, colmo di novità in ambito lavorativo che hanno richiesto un impegno sul campo maggiore del previsto. Non fraintendetemi, non mi sto lamentando, ringrazio Roma tutti i giorni per ciò che mi sta dando, sia dal punto di vista personale che professionale.

Però c’è un momento in cui bisogna staccare la spina e per me è difficile trovarlo. Credo fermamente che anche un libero professionista debba, ad un certo punto, spegnere tutto e ritirarsi in un momento privato dove nessun collega o cliente sia ammesso. Io questo posto ce l’ho, me lo sono ritagliato e l’ho difeso con tutte le mie forze.

C’è chi va in palestra, c’è chi va a correre al parco, c’è chi dipinge in santa pace e chi invece si butta a letto e ascolta la musica. Io ho bisogno di un luogo in cui riordinare la mia creatività, un luogo che mi serve per dare ad essa una forma e questa è una cosa importante perché io con la creatività, quotidianamente, ci lavoro. Così non ho dovuto pensarci tantissimo, è stato fidanzato Claudio che ad un certo punto mi ha suggerito di mettermi in gioco con un corso di recitazione. Era maggio ed è stato poco dopo l’esperienza di Delitto ar sugo di cui parlo in questo blog post.

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Io, Alessandra Battaglia e Alessio Mosca

Ho conosciuto l’associazione artistica Il Melograno quasi per caso, grazie ad un’inserzione su Instagram. Senza pensarci troppo, per fortuna altrimenti non l’avrei fatto, ho deciso di seguire le indicazioni date dall’immagine sul social e mi sono iscritta al corso. Click – fatto. Mi sono così ritrovata a partecipare al corso base, un’infarinata di 8 lezioni su quello che è il mondo della recitazione. No, se ve lo state chiedendo non è stato facile proprio per nulla. A maggio ero ancora molto spaesata qui a Roma, lavoravo in un ristorante dove entravo e mi sentivo male, uscivo e mi sentivo peggio.

Però quelle 8 lezioni per me sono state un dolcificante prelibato in un mare di amarezza. Entravo lì e spariva tutto. Spariva la mia ansia di non riuscire a concretizzare nulla nella vita, spariva la mia paura di non avere i soldi il 5 del mese per pagare l’affitto, se ne andava la sensazione di angoscia che mi aveva lasciato una vita matrimoniale sgretolata e chiusa malamente. Per farla breve, entravo in quel seminterrato accogliente e tutto il peso che mi stava sulle spalle mi scivolava via, come se qualcuno mi levasse un oppressivo e tedioso mantello che portavo addosso tutta la giornata da mattina a sera (qualche volta anche di notte). Il Melograno è un’isola, un posto dove ricaricare le batterie dopo averle scaricate del tutto. Un luogo in cui ti puoi permettere di dire quello che pensi, un mondo a parte dove se dici qualcosa vieni ascoltato davvero. Non è solo una scuola dove si tiene un corso di recitazione, perché se da un lato impari quelle che sono le tecniche della materia in questione, dall’altro sei costantemente chiamato a metterci del tuo. E ciò che metti tu è per Il Melograno un valore aggiunto.

Perciò dopo le 8 lezioni del corso base ho deciso di proseguire con il corso avanzato semestrale, il corso che ho iniziato oggi e di cui vi accennavo qualcosa stamattina su Facebook. Ho scelto ancora di dedicare a questa attività il mio spazio “pausa dal mondo” perché ne traggo vantaggio, perché mi diverto e perché per Alessio e Alessandra (nella foto – presidente e vicepresidente) sono una persona importante e non mancano mai di farmelo sapere attraverso sorrisi, abbracci e grandi momenti di confronto.

Stasera è iniziata la mia nuova avventura e ho conosciuto già un sacco di persone che viaggeranno con me, siamo in tanti e siamo bellissimi. Sono felice di questa famiglia artistica, sono felice di essere un chicco del Melograno.


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Serie Tv e Film

Dunkirk: non solo un altro film di guerra.

L’altra sera, non sapendo come festeggiare l’arrivo delle piogge autunnali, abbiamo deciso di andare al cinema. Non credevo fosse possibile, nel 2017, riportare a nuovo splendore le antiche usanze ormai perse nell’oblio della memoria culturale del nostro popolo, ma è evidente che dopo mesi e mesi di siccità senza sconti, un evento come un bell’acquazzone andasse celebrato a dovere.

A questa va aggiunta la ragione meno mistica e più pratica dell’aver dei soldi da parte, una volta ogni tanto: così, dopo averne spesi la maggior parte per le cose di casa (abbiamo perfino un asciugacapelli!) ci è sembrata un’ottima idea raggiungere il nostro vicino Cinema Broadway, rifornirci di popcorn e coca cola, entrare nella sala semi deserta, sceglierci il posto (sì, ci dovrebbero essere quelli assegnati, ma nessuno mi impedirà mai di prendermi i posti centrali della terza fila a partire dal basso, nessuno!) e finire i nostri popcorn prima che inizino i trailer dei film in uscita. Tanto che poi la gatta mi guarda e fa (e questo tra uno spot e l’altro): che ne dici di un altro giro di popcorn?

Cosa siamo andati a vedere? Un film che avevo in programma da parecchio tempo, e che temevo sarei riuscito, come ogni volta che voglio assolutamente andare al cinema, a farmi scappare. Come la settimana scorsa quando al botteghino del cinema ho chiesto un biglietto per quel film che volevo assolutamente vedere, e ogni giorno mi dicevo “domani vado”: Via col vento.
Questa volta è andata meglio, e prima di perdere l’occasione, abbiamo preso i biglietti per l’ultimo (capo)lavoro di Cristopher Nolan: Dunkirk. Che poi era tutto quello che sapevo del film che stavamo per andare a vedere, uno dei miei registi preferiti che gira un film ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale; anche solo questo è bastato per fiondarmi in sala appena possibile.

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Ci sarebbero davvero tante cose da dire su una pellicola – non è una figura metaforica, è stato davvero girato su pellicola – che secondo me rappresenta forse il punto più alto della cinematografia di Nolan. Le tre linee narrative che si muovono su fasi temporali sfalsate arrivano a accordarsi nel finale in un crescendo degno di un compositore, dimostrando ancora una volta la capacità dello scrittore/produttore/regista di lavorare intrecci diversi nello spazio e nel tempo all’interno dello stesso film senza perdere nemmeno per un momento la coerenza e la fluidità, cosa non sempre garantita per esempio in Memento, suo film del 2000.

La storia – o le storie –  ci portano a Dunkerque, città portuale francese al confine con il Belgio, nel 1940. La Germania nazista ha iniziato la sua offensiva contro la Francia, che tenta di difendersi grazie all’aiuto degli alleati inglesi. Tuttavia, la superiore forza militare tedesca, porta le truppe inglesi e francesi ad essere circondate nella cittadina affacciata sulla manica, in attesa dell’evacuazione. Una ritirata, una sconfitta, ma che salverà centinaia di migliaia di vite. Vite che poi saranno stroncate da altri cinque anni di guerra, ma tant’è. Nello specifico, l’occhio dello spettatore vive quasi in prima persona tre vicende: due giovani soldati che tentano di scappare dalla cittadina in guerra; una piccola imbarcazione civile che si è proposta volontaria per aiutare l’evacuazione di Dunkerque con il suo equipaggio composto da un signore anziano con suo figlio e il suo amico coetaneo; la missione di tre caccia inglesi inviati a fornire copertura durante le operazioni di imbarco contro gli aerei nemici. Queste tre linee narrative non avvengono però in contemporanea: prendendo come punto di riferimento l’avvenuta evacuazione di Dunkerque, le tre storie avranno inizio, rispettivamente, una settimana, un giorno e un’ora prima.

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A fare da filo conduttore non è solo il magistrale montaggio di Lee Smith (alla sua settima collaborazione con Nolan) che se non gli danno l’Oscar quest’anno devono cancellare il premio al Miglior Montaggio, ma anche la musica di Hans Zimmer con il suo ottimo lavoro non tanto sulle melodie, decisamente in sottofondo rispetto ad altri film in cui fanno quasi da protagonista insieme agli attori, quanto sui ritmi e i tempi che contribuiscono a rendere perfettamente la progressiva accelerazione del film che arriva a un ritmo quasi frenetico sul finale, per poi rallentare in coda.

A proposito di attori, il cast. Per una sceneggiatura lunga appena 76 pagine (luna più o meno quanto la mia tesi di laurea, ma questa è un’altra storia) e con i dialoghi ridotti al minimo, si potrebbe pensare che non ci sia bisogno di chiamare pesi massimi di Hollywood e oltre come Tom Hardy, Cillian Murphy, Kenneth Branagh e Mark Rylance. E invece è andata proprio così. Inutile dire quanto riescano ad essere strepitosi, insieme a tutti gli altri attori più giovani, nel rappresentare il lato più crudele e doloroso di una guerra senza eroi; menzione speciale per Harry Syles alla sua prima interpretazione: mi viene quasi da chiedermi se non gli convenga dedicarsi al cinema e lasciar perdere gli One Direction.

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Ultimo aspetto di cui vale la pena parlare è quello tecnico: ho già scritto che Nolan ha usato la pellicola per girare questo film, cosa che si vede molto bene al cinema; colori attenuati e maggiori sfumature si sposano magnificamente con l’ampio uso di camere a mano, rendendo tutto il film estremamente coinvolgente. Quello che ancora non ho detto, chicca volutamente lasciata per ultima, è che per la realizzazione delle scene di combattimenti aerei e navali la CGI (grafica al computer, per intenderci) è stata ridotta al minimo, preferendo utilizzare aerei e navi d’epoca o, in alternativa, riproduzioni fedeli delle stesse tramite velivoli e imbarcazioni “mascherate”; per non farci mancare nulla, sono stati anche realizzati modelli in grande scala fatti esplodere e affondare durante le riprese.

Personalmente, credo che sia uno dei più bei film sulla Seconda Guerra Mondiale, forse addirittura migliore di Salvate il Soldato Ryan, e il miglior lungometraggio mai realizzato da Nolan. E voglio dire, lo sto mettendo sopra alla trilogia del Cavaliere Oscuro, Interstellar, Inception e Memento. Che dite, glielo diamo un Oscar quest’anno?

Quattro gatti al lardo

Chi sono e quanti sono questi quattro gatti al lardo?

Che detta così sembra uno scioglilingua

E alla fine s’è reso necessario questo blog post. Non l’avevamo preventivato, dopotutto noi stavamo scherzando. Sto parlando davvero di una cosa nata per gioco, per divertimento e di sicuro nessuno di noi si aspettava che ad un certo punto dovessimo presentarci. Ebbene, sì. Siamo i Quattro gatti al lardo, che a volte sono due, a volte sono sei, ma sicuramente è raro che siano davvero quattro.

L’idea è nata dalla voglia di stare insieme e di condividere avventure: siamo sei personaggi in cerca d’autore (anche se di autori tra di noi ce ne stanno almeno tre) con tante storie da raccontare che vengono meglio se le scriviamo insieme. Questo è quanto e non ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma visto che due tre cose le abbiamo combinate, ve le raccontiamo.

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Andiamo a mangiare nei locali tutti insieme, alcuni ristoranti ci invitano perché vogliono una nostra recensione. Perché? Non lo sappiamo nemmeno noi. Non siamo critici gastronomici e nessuno di noi ha fatto studi di cucina specifici, ma abbiamo comunque delle competenze da mettere in gioco (abbiamo anche un attore, non si sa mai!). C’è chi di noi ha un locale, chi un bed and breakfast, chi lavora per un’agenzia per la comunicazione d’impresa e chi organizza eventi: abbiamo anche qualche laurea e qualche master, dovessero servire! Insomma, sappiamo creare dei testi scorrevoli, con dei contenuti di qualità e i risultati si vedono perché i nostri blog post che riguardano il settore food sono molto seguiti e condivisi. Qualche esempio? Amelia Bistrot, Mabe cucina creativa, Arnold Coffee, Pinsa e buoi e di tutti questi potete trovare le recensioni nei nostri blog, alla voce “Quattro gatti al lardo”.

Siamo un team? Siamo un progetto? Siamo un brand? No e non lo saremo mai. Siamo solo sei blogger (in realtà quattro) che fanno degli eventi insieme e questi eventi si chiamano “Quattro gatti al lardo”. Questi momenti di condivisione possono nascere da collaborazioni con ristoranti, locali serali, caffetterie, attività di intrattenimento in generale, oppure possono essere organizzati proprio da noi, come per esempio la “Quattro gatti al lardo ghost edition”. Non c’è una regola, se facciamo qualcosa insieme e l’evento è organizzato da noi, allora si chiamerà così. Si tratta di un circolo chiuso ed esclusivo? No e non lo sarà mai. Noi, quando possiamo, cerchiamo sempre di coinvolgere altri blogger con i quali ci troviamo in sintonia o che semplicemente vogliamo conoscere e cogliamo l’occasione per farlo, invitandolo. Tutti possono partecipare agli eventi dei Quattro gatti al lardo e tutti, in quel momento lì, possono essere gatti al lardo insieme a noi. Persino chi non ha un blog, persino chi non ha profili social: noi siamo un gruppo di persone, prima di essere un mazzetto di gente che scrive in rete. E in quanto persone, va da sé, amiamo il confronto e la vita sociale.

Cerchiamo di conoscere gente e di farci conoscere a nostra volta, portando fuori dagli schermi i nostri contatti, concretizzandoli e dando loro il giusto spazio che si meritano, quello reale e non virtuale. Questo è quello che facciamo, niente di più e niente di meno.

Chi siamo? Chiamiamoci per nome.

Chantal e Francesco, siciliana lei e sardo lui. Loro due formano insieme gli Aristogracchi e il sogno che stanno cercando di realizzare è aprire il loro b&B a Ottaviano, in via dei Gracchi. Mentre attendono vari sbrogli legali e impicci burocratici, si divertono in cucina e lavorano sodo come consulenti per le strategie di digital marketing. Sono una coppia? Sì, stanno insieme anche se capita spesso di vederli lanciarsi coltelli e parolacce. Poche parolacce e tanti coltelli: lei sostiene di tenere conto preciso, attraverso un sistema di tacche sul muro, di tutte le volte che hanno rischiato di morire per mano dell’altro. Si tratta della nostra coppia alla Tarantino maniera, presente Beatrix e Bill? Con meno fucili, ma un numero quasi corrispondente di pallottole. Chiudendola onestamente: copywriter lui, digital marketer lei.

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Ludovica e Riccardo: Ciotolina e Bam Bam. Anche in questo caso, siciliana lei, ma romano lui. Vivono insieme a Prati, come i ricchi e mentre lui gestisce una birreria, lei perde il senno organizzando eventi di portata nazionale. Se ogni tanto si incrociano? Non lo sappiamo, abbiamo pochissime foto di loro due insieme e cominciamo a sospettare che siano la stessa persona. Riccardo il cavernicolo non utilizza social network: niente Instagram, niente Facebook, niente Twitter, niente Tinder… Ludovica invece è la Capocciara, smanetta su tutti i social possibili immaginabili ed è molto brava a prendere a calci in culo la vita. La filosofia della “colonna di cemento” per tutti i rompiscatole che cercano di ostacolarla pare funzionare alla grande. Mangiano tante verdure, sono spesso a dieta, lei ama indossare scarpe Superga senza calze, lui invece accende le lampadine con la forza del pensiero. Ecco a cosa serve una laurea magistrale in fisica. Insieme sono la Capocciara e Cavernicolo.

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Io e fidanzato Claudio! Sì, su di noi non mi allungherei più di tanto visto che comunque abbiamo fiumi e fiumi di parole nella sezione “chi siamo”. Non mi sprecherei nemmeno a fare dell’ulteriore autoironia, voglio dire, basta anche solo una nostra foto per capire che siamo due persone che assolutamente non sanno prendersi sul serio nemmeno a pagamento. Attore lui e scoiattolo indomabile io, abbiamo sempre duecentomila cose da fare e (non contenti) abbiamo deciso farne delle altre. Claudio viene bonariamente chiamato Treccani vivente dagli altri gatti al lardo, ma in realtà questi non sanno che non si tratta di studio matto e disperatissimo, quanto più di un dito molto rapido a digitare parole chiave su google prima di rispondere ad una qualsiasi domanda di storia. Io? Io sono quella che ne sa meno di tutti e sono quella meno capace di fare le cose, tutto sommato però quello che faccio ha il coraggio di uscirmi bene perché il Karma è in debito con me da diversi anni: sta solo saldando il conto.

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Ecco qua quindi, chi sono i Quattro gatti al lardo, quello che fanno e le zero pretese che hanno. Sei persone che vengono da tutte le parti d’Italia che si sono ritrovate a Roma, due perché ci sono nati, gli altri quattro perché inseguivano dei sogni. Qualcuno lo abbiamo realizzato, altri invece sono ancora in elaborazione, ma di sicuro non stanno più nel cassetto da un po’ di tempo.

Quindi se volete organizzare un evento Quattro gatti al lardo nel vostro locale, scriveteci e chiamateci, possiamo farlo! Volete farci testare un prodotto, un marchingegno futuristico ad alto rischio, un elicottero telecomandato che può trasportare passeggeri, lettiere per gatti, scarpe ortopediche, banane e lamponi? Chiamateci. Noi confezioniamo un qualcosa adatto a voi e se ci darete la possibilità coinvolgeremo altri blogger che hanno voglia di divertirsi con noi un pomeriggio, una sera oppure una giornata intera!

Sei un iger, un blogger o un influencer di qualsiasi tipo e vuoi goderti una serata insieme a noi per condividere le nostre esperienze e confrontarti sui temi più caldi per coloro che lavorano sui social? Chiamaci! Stare insieme è gratis ed è bellissimo, quindi non farti problemi e non avere vergogna: condividiamo insieme una serata!

Cogliamo anche l’occasione per ringraziare tutti i blogger e gli influencer che in questo periodo sono stati con noi e ci hanno conosciuti partecipando agli eventi targati Quattro gatti al lardo. Vi siamo riconoscenti e siamo onorati di aver condiviso il nostro tempo con tutti voi. Grazie!

Quattro gatti al lardo

C’era una volta un cuoco: Mabe e la sua cucina spontanea

Vi devo raccontare un’avventura vera, di quelle che non pensi mai possano accadere proprio a te. Eppure, proprio ieri sera, io e Fidanzato Claudio, mentre eravamo sulla via del ritorno, ci siamo smarriti in una foresta incantata. Due tre passi o poco più, uno spintone per ridere, un bacio dato ad occhi chiusi e non eravamo più a piazza Mirti, ma in un altro posto, in un altro luogo, senza spazio e senza tempo. Un lungo corridoio tra piante grasse e biciclette ci conduceva verso un profumino invitante e più ci avvicinavamo a quella che sembrava essere una meta, più ci accorgevamo del fatto che quello non era più il pianeta Terra.


«Regà, ve la l’abbiamo detto cento volte che vi drogate male!» 

«No dai, seriamente, credetemi!»


Ieri sera siamo stati ospiti del ristorante MABE in Piazza dei Mirti, a Centocelle. Potete anche non crederci e accusarci di tossicodipendenza, ma sappiate che abbiamo un sacco di fotografie che testimoniano quanto sia magico quel posto. Il locale si trova proprio in piazza, l’entrata è piccolina e discreta, ricorda molto il tunnel nel quale si infila Alice. Ed è proprio un paese delle meraviglie quello che si apre in fondo al corridoio: nani da giardino, piante grasse e fiori colorati, cassette della frutta e tappi di sughero appesi. Piastrelle colorate incorniciano le pareti, al di sopra di noi un quadrato blu e azzurro luminosissimo che apre l’ambiente. Uno spazio piccolo, ma allo stesso tempo molto ampio: vi è grande respiro e una continuità discreta tra l’esterno e l’interno, grazie alle immense vetrate che donano luce al tutto.


«Elì, siamo alle solite: te stai a perde. Come se magna?»

«No vabbè, ma con voi non si può parlare d’altro eh!»


Il menù è essenziale, pochissimi piatti. Ci accorgiamo immediatamente che la scelta è ridotta, ma allo stesso tempo molto curata. Poche cose, ma centrate. Antipasti, primi e secondi li troviamo accompagnati da vini pregiati che meritano una carta a parte: il tutto presentato da Alessio, uno dei due proprietari e il responsabile della sala. Scegliamo di assaggiare di tutto un po’: facciamo un tuffo nel mare con un misto di crudi e poi torniamo sulla terra con un piatto di tonnarelli al ragù bianco di agnello. Personalmente sono sempre stata molto rompi palle sulle ostriche, se non sono fresche me ne accorgo subito: mi piacciono moltissimo e se potessi vivrei solo di quelle. Potete anche non crederci, ma quelle di ieri sera erano di primissima scelta, tanto che non ho nemmeno osato mettere il limone quando mi sono sentita arrivare alle narici il profumo salmastro del mare. Ci lasciamo ovviamente guidare nella scelta del vino bianco e nel frattempo chiediamo ad Alessio cosa significhi “Cucina spontanea” giacché, sotto all’insegna, questa dicitura fa da sottotitolo al nome del ristornante. A spiegarcelo arriva lo chef in persona: Rocco. Ci racconta che è loro intenzione avere sempre sul tavolo le migliori cose che la natura ci offre, assecondando quindi ciò che le stagioni propongono, ciò che il mare accompagna sulla terra, senza forzare con ingredienti surgelati o fuori dal tempo. Ci dice che per avere un prodotto di qualità dobbiamo attendere il momento giusto, perché la freschezza non è qualcosa che si possa comandare, ma qualcosa che in dono si riceve. A tempo debito, con calma.

Ostriche e carpaccio di tonno con bottarga

Felicissimi di tutte queste spiegazioni e dell’accoglienza impeccabile, chiedo di fare un giro per il locale e mi si accompagna fino alla cucina. E lì capisco il motivo per il quale, nonostante si cucini pesce e carne allo stesso tempo, i sapori non si mischino nei piatti quando arrivano al tavolo. La cucina è a vista e ciò che balza all’occhio è l’incredibile organizzazione e la pulizia. Mia madre andrebbe in fibrillazione costatando che, sul banco di lavoro, sia possibile eseguire un’appendicectomia senza rischiare un’infezione batterica. Pulito, pulito ai massimi livelli e tutto perfettamente organizzato. Con ciò mi spiego anche perché il locale si prenda la libertà di accogliere, senza troppi problemi, anche coloro che necessitano di una cucina gluten free.

Tartare di denditce servita con salsa di ananas caramellato. Tonnarelli con ragù bianco d’agnello e Parmigiano Reggiano

Quindi non ci resta che ordinare il dolce e veniamo colti da diabete improvviso quando ci portano la lista. Anche in questo caso poche cose, ma perfette. Scegliamo il Tiramisù con lingue di gatto e i Brownie con salsa ai frutti di bosco, nocciole e panna. Cosa vi posso dire? Io e Fidanzato Claudio siamo quasi venuti alle mani, sebbene fossimo più che sazi entrambi. Il momento del dolce è sempre il mio preferito e anche in questo caso sono stata colpita da entrambe le proposte arrivate sul tavolo. E dal cucchiaio di Fidanzato Claudio mentre mi cimentavo nel tentativo di rubargli un altro boccone di Tiramisù. Ah, non ho potuto assaggiare nemmeno una lingua di gatto, indovinate perché?

Tiramisù con lingue di gatto e Brownie con nocciole, panna e salsa ai frutti di bosco

Una scoperta bellissima, proprio dietro casa mia. Mabe è un locale molto carino, arredato con gusto e molto intimo. La musica è presente, ma non disturba, il volume è moderato e piacevole. Il servizio è molto buono, non vi è da aspettare molto tra una portata e l’altra, anche se il locale ha molti tavoli occupati. Il posto è perfetto sia per una cena romantica, che per una cena tra amici grazie allo spazio esterno dov’è possibile sentirsi un po’ più liberi di far caciara. Potete andare tranquillamente anche con i vostri bambini, senza problemi. Al locale è possibile anche fare aperitivo con 8 Euro, vino e assaggi vari di qualità assicurati!

In conclusione, che siate amanti del pesce o della carne, non potete non provare a fare un salto da Mabe, Piazza dei Mirti 19, 00172 Roma. Numero di telefono: 06/89017177. Indirizzo mail: maberestaurant@gmail.com, indirizzo web: www.maberestaurant.it

E adesso mi credete o no? Bé, allora andate a verificare di persona, malfidati. 

Libri

Acqua e menta ghiacchiata: delicatamente Roberta Bianchessi

A volte non è la storia in sé a catturarci, ma i sentimenti che ci ispira scorrendo ogni pagina – Roberta Bianchessi

Questa è stata la frase che ho trovato sulla prima pagina del libro che mi è stato recapitato ieri dal postino. E voi direte: “Ma come, te lo ha recapitato ieri e già lo recensisci!” Sì, perché me lo sono letto tutto d’un fiato, in autobus. Inoltre sono solo 37 paginette.

Prima di parlare di Acqua e menta ghiacchiata, voglio fare una premessa. Secondo me non esistono libri osceni, brutti, immeritevoli e per questo non parlo mai male di una storia che mi viene sottoposta. Ho letto storie più coinvolgenti, ne ho lette altre meno interessanti, ma quando la lingua rimane intatta e la grammatica rispettata, per me è un testo che merita comunque una letta. Inoltre ritengo che ogni libro abbia in sé almeno un punto di forza che va incoraggiato e sostenuto, ho sempre pensato fosse improduttiva la recensione stroncante, svilente e scoraggiante: esattamente come faceva la maestra Laura con i miei scritti alle elementari. “Imbarazzante” disse una volta, dopo aver letto un mio elaborato. Ciao Maestra Laura, sono diventata una copywrtiter e con la scrittura mi mantengo e ci campo benissimo. Comunque sia, questo è il motivo per il quale non troverete mai una recensione negativa nel mio blog. Io consiglio letture e per ognuna di esse elaboro un motivo: chi si fida di me forse ha la possibilità di scoprire cose che in altri casi ignorerebbe.

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Premessa a parte, non è questo il caso di Acqua e menta ghiacchiata, anche se devo ammettere un po’ mi aveva scoraggiato il fatto che si trattasse di un self-publishing. In generale, questa pratica di pubblicarsi i libri da soli, non viene apprezzata e i motivi sono semplici: uno fra tutti è la mancanza, quasi sempre assicurata, di un lavoro di editing fatto bene. Lo devo ammettere, quando trovo troppi refusi nel testo fatico ad andare avanti anche se la storia mi coinvolge: già per me è difficile leggere per tutta una serie di motivi, figuriamoci se in mezzo ci sono troppi errori di battitura. Ma anche qui, non è questo il caso: non ho trovato nessun refuso.

Non ho iniziato a leggerlo subito, me lo sono messo in borsa. Ieri dovevo spostarmi da Centocelle a Monti Tiburtini perché ho accompagnato Fidanzato Claudio ad un presidio antifascista, così ho pensato che quel tragitto con l’autobus fosse l’ideale per immergersi nella lettura.

E mi commuovo, quasi subito. Roberta Bianchessi affronta il tema dell’Alzheimer e lo fa in modo molto dolce e delicato. Descrive l‘essenza dei rapporti man mano che si sgretola, fragile, tra le dita. Si percepisce l’allontanarsi di una persona che seppur viva, seppur fisicamente presente, si sta piano piano disgregando perdendo ogni cosa. Perché quando si perdono i ricordi di una vita, si perde la propria identità e poco importa se la parola s’allontana, la triste realtà è che non rimangono più nemmeno i pensieri. Così, queste persone rimangono lì e ti guardano, con quello sguardo vacuo che poco ricorda ciò che furono un tempo: morti, vuoti, contenitori di un’anima assente. Ed è un tema a me caro, giacché ho visto la mia prozia andarsene in questa maniera ed era morta molto prima che sotterrassero le sue spoglie, di lei era rimasta una figuretta impalpabile che, seduta su una sedia, guardava fuori dalla finestra.

Mi ci sono ritrovata nel testo, ho letto alcuni dialoghi che mi sembravano estrapolati dalla mia stessa esperienza. Commovente, commovente a tal punto che anche ora, mentre scrivo, mi si increspa la pelle. Non ho mai letto un testo che parlasse di questa malattia in grado di arrivare al cuore, direttamente, senza chiedere il permesso. Il libro di Roberta Bianchessi entra così, di prepotenza, per poi accoccolarsi piano piano e raccontarci, delicatamente, la sofferenza.

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Vi chiedo di spendere questi pochissimi euro per acquistare questo romanzo. Non ci guadagno niente, non è mio interesse economico e sapete che non chiudo mai una recensione chiedendovi di acquistare un libro, ma al massimo vi esorto a dare a questo una possibilità. In questo caso vi chiedo di acquistarlo e non lo sto facendo per compiacere l’autrice, ma perché credo che non esista altro libro che possa spiegarvi meglio di così cosa sia realmente l’Alzheimer. Acquistate questo volumetto e regalatelo, perché le persone devono sapere cosa succede in una famiglia quando un componente contrae questa malattia: il mondo si ferma e sul nostro caro si concentrano tutte le nostre attenzioni. Così, purtroppo, non si annulla solo il passato di chi soffre di questa malattia, ma si deteriora il presente di tutte le persone che gli vivono accanto. E questo si deve sapere, perché serve comprensione e quindi serve informazione.

Grazie per avermi letto, fatemi sapere cosa ne pensate.

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