Kleenex and popcorn: Anne with an E

||SPOILER FREE||

Il 12 maggio Netflix ha deciso di distribuire a noi poveri malati di serie tv la storia (tristissima e mainagioiosa) di Anna Shirley. Io non ho letto il libro: quando ero piccola papà era troppo impegnato a farmi piangere con Cuore, poi sono diventata grande e ho pensato che per distruggermi l’anima bastasse David Copperfield.

Però, come tutti i bravi bambini che alle sette prendevano il pulmino sotto casa, anche io guardavo i cartoni animati mentre facevo colazione. Anna dai capelli rossi era uno di questi, assieme ad Heidi. La giornata insomma partiva benissimo: orfani come se piovessero, maltrattamenti, umiliazioni e gioie nemmeno col binocolo, però mi incoraggiava molto l’ottimismo con il quale queste eroine affrontavano la loro vita (di merda). Papà mi sgridava sempre quando mi pescava a guardare i cartoni animati giapponesi, primo perché stavano sulla Mediaset (che all’epoca ancora si chiamava Fininvest/Biscione) che a casa mia era megavietatissima, secondo perché secondo la sua opinione erano cartoni animati scadenti, con disegni bruttissimi dove tutto era sempre fermo. 

ann-with-e-1Dopo avervi offerto questo spaccato d’infanzia personale ambientato tra biscotti Plasmon e Pan di Stelle (le Gocciole ancora non erano state inventate), tocca arrivare al punto e parlare veramente della serie tv canadese approdata su Netflix in questi giorni.

Sono a metà, non l’ho ancora conclusa, ma la storia viene rispettata perfettamente e non ci sono variazioni di programma. Anna è esattamente quella che deve essere: una ragazzina di 13 anni, con i capelli rossi, le lentiggini, tutta ginocchia e dentoni. Amybeth McNulty è assolutamente perfetta. A parte che secondo me è bravissima, ma tolto questo, è proprio Anna. Non hanno cercato di fare la solita bambina bellina acconciata male, no: hanno scelto un’attrice bruttina, per fare la parte della bruttina. Quindi niente effetto Anne Hathaway in Pretty Princess dove lei viene imbruttita all’inizio per poi uscire megagnocca alla fine. Grazie al cazzo, facile così. 

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Particolarmente gustoso è l’attore che interpreta Matthew Cuthbert, anche in questo caso ci si ritrova davanti esattamente quello che ci si aspetta: un uomo taciturno che parla per silenzi, sguardi e mezzi sorrisi. Hanno scelto un interprete con una mimica facciale importante, per questo riesce benissimo anche se non apre bocca spesso. Promosso anche R.H. Thomson, quindi. Promossa anche Marilla, Geraldine James, forse fra tutti la faccia più conosciuta al cinema. Promossa perché sa fare Marilla, ecco. Freddina, un po’ burbera, educata, ma allo stesso tempo sgraziata e poco empatica. Forse il personaggio che cambia di più dall’inizio alla fine, progredisce con coerenza e con pazienza, senza fretta.

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Il quadretto, insomma, non delude proprio per niente. I tre personaggi non sono stati modificati di una virgola e si avvertono familiari dal principio. La cosa carina, la cosa diversa, diciamo “la novità“, di questa serie tv rispetto alle precedenti rappresentazioni della storia è che finalmente Anna acquista una pienezza di caratterizzazione che è sempre sfuggita. In diversi momenti abbiamo delle finestre sul passato della ragazzina, flashback che ci permettono di contestualizzare i suoi bizzarri comportamenti. Così, in questo modo, Anna non è solamente una tizia strana con una fervida immaginazione che parla da sola, ma diventa il risultato di una serie di esperienze pregresse e di ambienti vissuti. 

Schermata-2017-05-14-alle-16.16.39-1024x640Conosciamo così le ingiustizie subite nell’istituto per orfani e le difficoltà patite mentre era al servizio di una famiglia:  tutte esperienze che effettivamente danno un senso al suo essere così dissociata dalla realtà, caratterizzando questo atteggiamento come un sistema di difesa verso il  mondo che l’ha trattata sempre male. Psicologia da supermercato, ma un sacco funzionale. 

Poi, se volete sapere tutte quelle cose da cinefili seri (fotografia, montaggio …) non posso aiutarvi più di tanto, anche volendo mi esprimo davvero male in materia. Però se riuscite a tradurmi due o tre cose le posso dire: i paesaggi sono splendidi e alcune inquadrature lasciano davvero senza fiato, altre spingono alle direttamente alle lacrime. Ci sono dei tagli ogni tanto, dei neri che non dovrebbero esserci o che non riesco a spiegare. Sono volontari sicuramente, ma non li trovo affatto piacevoli. Credo sia montaggio, questo. (Claudio, è montaggio questo?). La sigla iniziale è un sacco bella, sia come musica che come immagini, lunghetta, ma gustosa. I dialoghi non annoiano, sono incalzanti e sempre sensati, non ho trovato alcuna scena inutile o “buttata lì”.

In conclusione, la giuria decide di promuovere questa serie tv e decide altresì di consigliarla anche a chi ha visto il cartone animato giapponese e lo ha amato fortissimo dal primo all’ultimo episodio, rosicando da matti quando arrivava maggio e decidevano di tagliarlo a buffo oppure di cancellarlo completamente. O peggio ancora, quando decidevano di farlo ripartire da capo e tu, facendo bene i conti, sapevi perfettamente che non sarebbero riusciti ad arrivare alla fine per giugno.

Erano momenti difficili quelli.

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