San Pietro in Montorio, Beatrice Cenci atto finale

Mi voglia perdonare la cara guida Laura Angelelli, ma proprio non riesco a non amare la sua traduzione latina della formula inglese (ben più conosciuta) Happy Hour. L’apericena, l’aperitivo, l’aperiquellochevepare. Non è questa la cosa importante. La cosa che conta è che io e Cugina Monica di Fidanzato Claudio siamo andate alla scoperta di uno dei posti più suggestivi di tutta Roma: la chiesa di San Pietro in Montorio con il suo Tempietto del Bramante adiacente.


Sì, ma cosa c’entra l’aperitivo?

Una cosa alla volta. 


Ve la ricordate la storia di Beatrice Cenci che vi abbiamo raccontato qualche mese fa? Se volete rinfrescarvi la memoria la trovate qui. Vi abbiamo lasciato dicendovi che il suo corpo era stato sepolto nella chiesa di San Pietro in Montorio, privo di riconoscimenti poiché condannata a morte per l’assassinio del padre. Vi avevamo anche raccontato che la sua testa era stata messa su un vassoio d’argento e che qualche anno dopo un militare francese ci aveva giocato a calcetto con gli amici.

Ebbene, sono andata a sincerarmi che la poveretta godesse ora di un lieto eterno riposo. Questa volta, compagna di avventura è stata una magica new entry nel gioco della mia vita: Cugina Monica di Fidanzato Claudio, ma avremo molto tempo per conoscerla e parlarne visto che parteciperà anche lei al tanto atteso viaggio ad Atene.

L’idea di questa avventura rinascimentale, tra l’altro, è venuta proprio a Monica. Era oramai diverso tempo che puntavamo un evento organizzato da Ancient Aperitif in Rome ovvero l’aperitivo rinascimentale al tempietto del Bramante. A essere proprio sinceri del tutto, Claudio ha proposto più volte questa avventura, ma ogni volta c’era qualcosa che ci impediva di andare. Il caso, però, ha voluto che Monica facesse la proposta proprio la sera dello spettacolo Al passo con i Parisi, dove Claudio – per l’appunto – recita da martedì. Inutile dirvi che ci ha maledette tantissimo e che ci maledirà ancor di più quando avrà letto questo blog post che (tanto per avvisarvi) probabilmente sarà molto lungo.


Sì, ma adesso ci racconti di quest’avventura o continui a ciarlare come il tuo solito?

Va bene, va bene, adesso vi racconto


La chiesa di San Pietro in Montorio sorge sull’ottavo colle di Roma, quello dove vanno le coppiete a pomiciare, quello che vedete sempre nei film, praticamente quel posto classico dove porti una ragazza per dirle che è tempo di smetterla di fare gli amiconi ed è ora di iniziare ad accoppiarsi. Non è un caso che Fidanzato Claudio scelse proprio quel posto lì per fare tutto il suo discorso-dichiarazione e aggiudicarsi così l’ingresso nella mia .. anima. Pensate che sia solo una questione di panorama? Sbagliato. L’ottavo colle di Roma, che per chi ancora non lo avesse capito si tratta del Gianicolo, è dedicato al dio Giano, il dio bifronte per eccellenza, divinità protettrice dei passaggi (ianua in latino significa porta), delle porte, degli ingressi (…) Beh, ora si spiega tutto il capoverso precedente. Tra l’altro voglio dirvi due cose interessanti che ho scoperto grazie alla mia guida Laura Angelelli, la prima è che il dio Giano è anche il protettore dei solstizi (essendo appunto date di passaggio) e la seconda è il fatto che le date dei due solstizi oggi sono intitolate a San Giovanni (Ioannes in latino) nome molto simile a Ianus. Giano è anche il dio del passato e del futuro, essendo bifronte guarda avanti e guarda indietro contemporaneamente, ma è anche colui che custodisce le chiavi del cielo secondo la tradizione, proprio come il cattolico San Pietro. Insomma, questa divinità è proprio super impegnata e ha un sacco di cose da proteggere, ma se non dovesse bastare sappiate che a lui è dedicato anche il primo mese dell’anno: gennaio.

Ma perché la chiesa si chiama San Pietro in Montorio e non San Pietro sul Gianicolo? Il copywriter dell’epoca ha deciso che forse era meglio mettere in evidenza il fatto che il Gianicolo fosse – effettivamente – un Monte d’oro. Questa cosa purtroppo non si vede più, ma il Gianicolo era chiamato mons aurelius perché costituito da una bellissima e lucente sabbia dorata che lo rendeva brillante e caldo proprio come l’oro. Poi ci sarebbe da fare, volendo, tutto un discorso sul fatto che il dio Giano fosse molto spesso raffigurato sulle monete d’oro, che l’Aurelia sia la strada che arriva proprio in bocca al Gianicolo e che la porta aurea fosse la porta per la quale si entrasse nel tempio sacro (…) possiamo perderci per giorni. Ah, tanto per farvelo sapere, i romani ancora non c’entrano, questa è tutto made in Etruria. Fermiamoci e torniamo alla nostra chiesa, non riuscirei mai a essere esaustiva sulle origini del Gianicolo e su tutte le cose che si potrebbero raccontare a riguardo. Ma non temete, abbiamo in serbo tante belle avventure che riguardano anche i colli di Roma.

La chiesa di San Pietro in Montorio è stata commissionata da Papa Sisto IV della Rovere, che è lo stesso papa della Cappella Sistina. Egli ha voluto rendere omaggio al luogo in cui, secondo una delle tante tradizioni, ha avuto luogo il martirio di San Pietro. La gestione del luogo di culto viene affidata a Amedeo Mendes de Silva, poi fatto successivamente beato, il quale amministrò i soldi arrivati da Luigi XI (l’imperatore di Notre Dame de Paris di Hugo) e Isabella di Castiglia con Ferdinando d’Aragona per la realizzazione della chiesa.

San Pietro in Montorio facciata
Fonte fotografia: wikipedia

Non essendo una grandissima amante dell’architettura, salterò a piè pari tutto quello che riguarda la pianta della chiesa. Vi basti sapere che all’interno, ai lati della navata centrale, ci sono ben 4 cappelle prima del transetto. Una di queste cappelle viene disegnata da Bernini e realizzata successivamente da Francesco Baratta ed è la cappella dedicata ai Raimondi. Un’altra invece viene realizzata dal grandissimo (e da me molto amato) Vasari, egli si occupa della cappella Ciocchi Del Monte, ovvero quella del papa che fece costruire Villa Giulia (oggi museo etrusco) la quale dà il nome a tutta la splendida zona lì tra i Parioli e via Flaminia: Valle Giulia.

Nell’abside troviamo oggi una copia della Crocifissione di San Pietro Martire di Guido Reni. Prima di questa, c’era la Trasfigurazione di Raffaello. L’opera rimase incompiuta poiché Raffaello, come ci racconta il Vasari stesso, morì prima di finirla. La pala venne terminata da Giulio Romano e posizionata, giustamente, nell’abside di San Pietro in Montorio. Nel 1797, a seguito del Trattato di Tolentino, venne trasferita in Francia e riportata poi in Italia da Antonio Canova al momento delle grandi restituzioni. La pala però non venne più riposizionata a San Pietro in Montorio, ma adesso la possiamo ammirare nella pinacoteca dei musei vaticani.

big_CappellaBorgheriniLaFlagellazioneelaTrasfigurazionediSebastianodelPiomboRaffaello, Bernini, Vasari, non sono gli unici ad aver messo lo zampino in questa bellissima chiesa, ma voglio dare un po’ di spazio anche al mio caro corregionale, il grandissimo colorista veneto Sebastiano del Piombo. Egli si occupa di un dipinto a olio su muro per la cappella Borgherini. Immaginate il genio cromatico di Sebastiano del Piombo su un cartone di Michelangelo. Se non riuscite, poco male, vorrà dire che vi toccherà andare a visitare la cappella in questione. Attenzione, non si tratta di un affresco. Vedete nella foto come si nota la patina lucidissima: è colore a olio, come vi ho detto prima. L’affresco funziona su muro fesco, quindi con il colore che si mescola alla calce. Il colore, nell’affresco, penetra proprio nel muro stesso reagedo e scendendo in profondità. Un dipinto a olio lo dovete immaginare come una pellicola, una patina lucidissima che viene stesa su un muro che deve, per forza di cose, essere perfettamente liscio. Un lavoraccio tremendo, ma un escamotage perfetto per rendere giustizia alla grandissima capacità di Sebastiano di rendere profondo, caldo e tremendamente avvolgente il colore dell’opera.


Elì, eddai, ogni volta che si parla di Veneto, Venezia e Verona te attacchi la pippa!

Ah! Un giorno vi parlerò del mio grande amore Paolo Caliari e vi farò vedere!


Comunque sia ci sarebbe da dire molto altro sull’interno di questa chiesa, essere leggeri ed esaustivi alle volte non è proprio possibile e non voglio tediarvi ulteriormente, la mia idea di base si limita a suggestionarvi a tal punto da farvi venire la voglia di prendere parte all’evento. Tutta questa interessantissima visita guidata all’interno della chiesa conduce successivamente al celebre Tempietto del Bramante, dove ci attende la nostra meravigliosa Hora Felix, con tanto di accompagnamento musicale. Ma prima di raccontarvi del menù completamente rinascimentale, voglio soffermarmi sul tempietto e darvi due informazioni a riguardo.

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Il tempietto viene commissionato dal Re di Spagna a Bramante come ex voto, questa struttura doveva celebrare il martirio di San Pietro che, come vi dicevo prima, secondo qualche leggenda venne crocifisso a testa in giù proprio lì dove ora sorge il tempio. Sotto, infatti, è possibile osservare il foro nel quale si racconta venne inserita la croce del Santo. Il progetto, a base circolare, è ad oggi considerato uno degli esempi più aulici di architettura rinascimentale: ebbe una fortuna critica immensa anche se il progetto originale non prevedeva “la chiusura” in cui è stato costretto, ma il Bramante immaginava attorno a questo gioiello un ampio giardino.

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Cosa sta guardando il tizio che ci mostra il regal didietro? Là sotto, dove l’occhio del signore ritratto sembra arrivare, vi è la finestrella dalla quale è possibile vedere il foro nel terreno per la croce di San Pietro. La tizia che se la ride, quella con i jeans e gli occhiali, è Monica.

Ed è proprio in questo splendido contesto che abbiamo potuto finalmente mangiare qualcosa assaggiare i prelibatissimi piatti rinascimentali preparati per noi dall’associazione che ci ha ospitati. Ora vi presento il menù.

  • Frittelle di sambuco (farina, ricotta, formaggio stagionato, lievito, uova, latte e fiori di sambuco)
  • Tacchino in fricassea francese (tacchino, burro, arance, zucchero e cannella)
  • Ceci infranti con codeghe (ceci, brodo di pollo, lardo, pancetta, menta, pepe e zenzero.
  • Ciambella di riso (riso, burro, uova, cannella, zucchero e pecorino)
  • Torta alla crema bisbetica (pasta sfoglia, crema di limoni burrata, mandorle amare tritate)

Da bere: Ippocrasso (vino rosso, zucchero, cannella, zenzero, chiodi di garofano e noce moscata) [a Verona noi questo lo beviamo caldo e lo chiamiamo Vin Brulè!]

Mi dispiace, non ho fatto nessuna fotografia. Ma posso dirvi alcune cose: le frittelle di sambuco erano così buone che ne ho mangiate cinque. Il tacchino in fricassea aveva un sapore così delicato che ho riempito il piatto due volte. I ceci erano davvero una bomba, ma cominciavo ad essere pienotta e il lardo con la pancetta mi risultavano impegnativi. La ciambella di riso, purtroppo, non mi è piaciuta. Non vado matta per il riso in bianco e lo trovo sempre molto ospedaliero. A questo proposito volevo dirvi che questa ciambella di riso è proprio uno dei primissimi esperimenti di riso utilizzato come pietanza, in epoca rinascimentale infatti si parlava di riso quasi solo a scopo medicinale/terapeutico.

Non sto nemmeno a sottolineare che l’arrivo della torta alla crema bisbetica è stato il mio momento preferito di tutta la visita, commozione e giubilo infiniti. Adoro da matti la crema bisbetica e se potessi me la mangerei dal vasetto con il cucchiaino ogni giorno. Io consiglio a tutti di assaggiare almeno una volta questa torta buonissima dalla ricetta così antica, forse non è bellissima da vedere, ma per il palato è una primavera di sapori. Vi lascio la ricetta che conosco io. [Monica impara!]

Torta rinascimentale con crema bisbetica

Per la frolla 
250 gr di farina (00)
200 gr di burro salato
120 gr di zucchero a velo
2 tuorli
1 cucchiaio di acqua fredda (o latte ; se necessario)
Buccia di un limone grattugiataPer la crema bisbetica
140 gr di burro non salato
2 limoni (non trattati ; succo e buccia grattugiata)
4 uova
120 gr di zucchero semolato
120 gr di mandorle amare (da ridurre in farina)
50 gr di mandorle a scaglie

In un recipiente mescolare farina, zucchero a velo, buccia di limone e burro freddo a pezzetti. Con la punta delle dita “sabbiare” l’impasto cercando di amalgamare gli ingredienti. Una volta ottenuto un composto simile a sabbia bagnata, aggiungere i tuorli e il cucchiaio di acqua fredda e impastare velocemente. Creare ora una palla, avvolgerla nella pellicola trasparente e metterla in frigo per almeno due ore. Stendere l’impasto e rivestire con questo uno stampo da crostata (meglio se a cerniera) imburrato e infarinato o coperto di carta forno. Preparare la crema di mandorle amare: grattugiare finemente la scorza dei limoni e raccoglierne il succo. In un pentolino scaldare il burro a bagnomaria. Sbattere le uova con la frusta a mano e unire lo zucchero, i limoni (succo e buccia), la polvere di mandorle e il burro sciolto. Versare il composto sulla base di frolla e ricoprire tutta la superficie con le scaglie di mandorla. Infornare a 170 ° per 45/50 minuti circa o sino a che la superficie non diventa dorata.

 

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Eccoci durante il nostro banchetto, reso ancor più magico dalla presenza di un chitarrista

Naturalmente, come ogni banchetto rinascimentale che si rispetti, non poteva mancare la lettura delle regole del Galateo di Giovanni della Casa. Io vorrei anche anticiparvele un po’, perché alcune sono davvero un sacco buffe. Il punto è che così vi rovinerei la fantastica interpretazione della nostra guida Laura, la quale ci ha fatto schiattare dalle risate. Io credo di avervi raccontato a sufficienza di questa esperienza, anche perché darvi ulteriori informazioni significherebbe anticiparvi troppo così da vanificare il mio intento di suggestionarvi a partecipare.

L’aperitivo rinascimentale viene organizzato una volta al mese (almeno così mi sembra di aver capito) e costa 20€ a persona comprensivi di buffet finale. Forse ora inizia a fare un po’ freddo, effettivamente  ieri sera un po’ si è sofferto il clima, ma la visita ripaga alla grande il piccolo sforzo richiesto. Voglio dire, siate impavidi e copritevi bene!

Bene, siamo arrivati alla fine del racconto di questa esperienza, penso che la prossima sarà direttamente il viaggio ad Atene. Posso assicurare, a quanti di coloro si fossero affezionati alla storia, che la cara Beatrice Cenci ora riposa tranquilla in un posto meraviglioso. Anche io, probabilmente, sarei contenta d’essere sepolta nel caldo abbraccio del monte d’oro.

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