Il Primo Re: recitazione emozionale e potenza visiva

di Claudio Ciccone

Dopo un mese e più di hype (tanto che la scimmia urlatrice sulla mia spalla aveva a sua volta un’altra scimmia urlatrice) siamo andati a vedere Il Primo Re, il film di Matteo Rovere da poco uscito nelle sale con protagonisti Alessio Lapice e Alessandro Borghi.

La trama racconta le vicende di Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi) che hanno portato il primo a uccidere il secondo e fondare la civiltà che avrebbe dominato il mondo occidentale per i successivi 1200 anni, Roma. Il bello dei film storici è che posso dire come va a finire senza correre il rischio di fare spoiler.

Le premesse perché prendessi Elisa e la portassi al cinema erano tante e molto buone: un film che parla della fondazione di Roma, con maestranze tutte italiane, distribuito dalla 01 Distribution, recitato in protolatino (dopo spiegherò meglio questo punto), con una ricerca storica puntuale e approfondita.

Anche Elisa aveva le sue ragioni per andare a vedere il film il prima possibile: Borghi, Borghi e…Borghi.

Così, siamo andati al cinema Trianon con due nostri amici, maestro di musica barocca lui, studentessa di lettere classiche lei.
È stata una bella serata, compreso il momento in cui in sala c’è stato uno sbalzo di corrente e per un attimo è andato solo l’audio e non il video. Sapevate che nella sala del proiettore non c’è più nessuno?

Ma passiamo al film

Ovviamente l’aspetto che più affascina è la lingua. Alla fine, per raccontare la storia di Romolo e Remo i personaggi potevano parlare in italiano, in inglese o, se proprio in reparto sceneggiatura se la sentivano particolarmente calda, in latino, tipo Passione di Cristo di Mel Gibson. O ancora, potevano mettere in mezzo studenti e ricercatori della Sapienza per tradurre il copione in un mix di latino, etrusco, e varie altre lingue indo-europee.

Dopo aver scelto l’ultima via, il rischio che gli attori si trovassero spiazzati nel dover recitare in una lingua più che morta era altissimo, eppure colpisce come tutti quanti siano stati in grado di trasmettere con dialoghi il più possibile asciutti un vasto repertorio emozionale. Perfino Elisa, che con la sua dislessia fatica a seguire un film intero con solo i sottotitoli, non ha avuto difficoltà a capire cosa stesse succedendo. Escludendo che Elisa abbia preso di nascosto lezioni di protolatino.

Ma non sono solo gli attori che riescono con le loro interpretazioni a trasmettere delle emozioni forti e precise: il reparto fotografico, sotto la supervisione del direttore Daniele Ciprì, ha la sorprendente capacità di trasmettere con l’uso della luce naturale la tensione, l’epicità e la potenza che una storia mitica merita.

Primi piani stretti sugli attori, campi larghi sui paesaggi, tanta nebbia e scende notturne alla luce dei soli fuochi realmente accesi sul set restituiscono un sapore antico, selvaggio, ma anche una vicinanza con il mitico e il divino, tema centrale del film e motivo di lite tra i due fratelli.

In sostanza, mi è piaciuto talmente tanto che ho perdonato con un a semplice scrollata di spalle le diverse scende di combattimento che includono la presenza di archi, armi assolutamente non presenti a Roma nel VIII secolo prima di Cristo.

Un appunto per esaltare la bravura di Tania Garibba che con la sua gestualità e la sua voce profonda sarebbe in grado di mettere paura a chiunque in qualsiasi momento. Con il suo sguardo scuro e tagliente riesce, in ogni inquadratura, a trasmettere il senso di impotenza e di reverenza che si poteva avere nei confronti di una creatura considerata voce degli dei.

Film, ovviamente, promosso a pieni voti.

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